STORIE - LIBIA, UN'ORDINARIA PERSECUZIONE
SALVATE DORDA
MARINELLA CORREGGIA
Abuzaid Dorda è stato ambasciatore della Jamahiriya. Arrestato dalle brigate di Belhaj , l'ex terrorista ora capo militare di Tripoli, è in prigione dall'11 settembre 2011 senza alcuna accusa. Ha subìto minacce di morte e violenze. Il Cnt voleva processarlo, lui è ricorso alla Corte suprema e ha avuto ragione. Ma ora amici e familiari temono per la sua vita
Ecco un caso che alcuni gruppi di libici esiliati - con incerto
status - in Tunisia ed Egitto cercano di porre all'attenzione distratta del
mondo, come esempio della situazione di caos armato che prevale nella Libia
plasmata dalla guerra Nato. Come all'attenzione del distratto interesse
dell'opinione pubblica e dei governi internazionali vengono reiterate le
denunce di Amnesty International e di Human Right Watchs, sia sulla
disperazione dei migranti ora alle prese con i campi di concentramento della
nuova Libia, che rispetto alle condizioni disumane delle carceri dove da più di
un anno e mezzo giacciono senza speranza centinaia di persone arrestate senza accusa.
Abuzaid Dorda, 65 anni, ha ricoperto in passato il ruolo di ambasciatore della
fu Jamahiriya libica. Come molti di coloro che non sono saltati sul carro dei
vincitori sponsorizzati dall'Occidente, è ora un reietto. Si trova in prigione
dall'11 settembre 2011 pur non essendo in alcun modo ritenuto responsabile di
crimini da alcuna istanza, né libica né internazionale: la Corte penale
internazionale ha spiccato un frettoloso mandato d'arresto solo per Muammar
Gheddafi poi defunto, suo figlio Saif e Abdullah Senoussi, entrambi prigionieri
in Libia e che rischiano la condanna a morte, vietata dalla Corte penale
internazionale.
Dorda fu arrestato da una delle brigate di Abdelhakim Belhaj, ex
prigioniero a Guantanamo come terrorista di Al Qaeda e fortunosamente
diventato, dopo la caduta e morte di Gheddafi, capo militare di Tripoli. Dopo
l'arresto, le milizie armate che infestano la nuova Libia se lo sono passato di
mano per interrogarlo. Il prigioniero ha sempre rifiutato di rispondere se non
in presenza del suo avvocato e a domande poste dal ministro della giustizia.
Il 25 ottobre 2011 la milizia che detiene Dorda lo
fa interrogare ancora da quattro uomini armati arrivati da Jadu, sulle montagne
libiche occidentali. Al rifiuto di Dorda lo
minaccia pesantemente di fargli fare subito la fine di Gheddafi. Dorda scappa
sul balcone pensando di buttarsi di sotto ma desiste, è il secondo piano. A
quel punto però è la milizia che lo getta giù. Emorragia interna, gamba rotta e
danno ai reni. Lo lasciano a terra per un po', ma non possono ucciderlo per via
delle persone accorse e lo portano all'ospedale.
Egli dice al dottore e alla famiglia che in varie occasione le milizie l'hanno
minacciato di morte. I medici sostengono che egli debba rimanere in ospedale,
ma dopo pochi giorni, un gruppo armato lo preleva e lo porta all'aeroporto di
Mitiga a Tripoli, dove la sua salute peggiora. Quasi smette di mangiare
ritenendo di aver ricevuto cibo avvelenato.
Quando il suo stato diventa troppo grave, e grazie alle pressione di gruppi
umanitari, viene riportato in ospedale. Là riceve spesso la «visita» di uomini
armati, che in un'occasione ingaggiano una sparatoria vicino al letto; una
delle sue guardie carcerarie muore.
Il 26 aprile 2012 viene prelevato dall'ospedale e portato in luogo ignoto a
tutti, compresi i medici curanti. Dopo qualche giorno si viene a sapere che
Belhaj lo aveva portato al Consiglio militare di Tripoli, dove sono detenuti
altri funzionari dell'ex governo. Da allora niente cure mediche fino a quando
non viene interrogato da gente del Consiglio nazionale di transizione (Cnt) che
poi gli dice di non aver trovato prove di delitti e gli promette un tempestivo
rilascio. Ma poco dopo, d'improvviso, il Cnt annuncia che sarà sottoposto a
processo, benché non abbia mai potuto incontrare un avvocato né si sia dato
modo a quest'ultimo di preparare la difesa, fornendogli i materiali d'accusa.
Per questa ragione in effetti la prima udienza viene subito rinviata. Alla
seconda udienza l'avvocato nominato continua a non sapere nulla del caso, né
gli viene concesso di incontrare Dorda. Così
il processo continua a essere rimandato. A quel punto Dorda manda
un rapporto alla Corte suprema libica sollevando l'incostituzionalità del
processo. Dopo un paio di mesi la Corte gli dà ragione, blocca il processo e
avvia una indagine su quel che è successo a Dorda in
cattività.
Ma ormai sono passati molti mesi, troppi, siamo al 2013 e niente è cambiato.
Egli continua a «vivere» in prigione in condizioni disumane. Dopo tre mesi di
isolamento senza possibilità di vista nemmeno di parenti, è stato spostato in
una stanza con altri tre detenuti civili che non sanno, anche loro, di cosa
sono accusati. A Dorda sono negate anche le telefonate alla famiglia.
Nelle rare occasioni in cui la visita della famiglia viene concessa, egli non
può parlare liberamente perché l'incontro avviene in presenza delle guardie.